VAS Campania Associazione Verdi Ambiente e Società - Sezione Campania - Organizzazione non lucrativa di utilità sociale


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Il Piano Territoriale Regionale non risponde alle esigenze di recupero e salvaguardia dell'ambiente e del territorio campano. Di Massimo Rossano.
Inserito il 09/11/2004

Anche all’osservatore più disattento non sarà sfuggito quanto devastanti per il territorio del nostro paese sianoi risultati gli ultimi 12 mesi: a seguito di un condono edilizio ormai perenne, i cui termini di scadenza rischiano di slittare ulteriormente

Anche all’osservatore più disattento non sarà sfuggito quanto devastanti per il territorio del nostro paese siano i risultati gli ultimi 12 mesi: a seguito di un condono edilizio ormai perenne, i cui termini di scadenza rischiano di slittare ulteriormente, anche il territorio di maggior pregio della nostra regione va disseminandosi, secondo una accorta strategia, di centinaia di capannoni e di tettoie in laminati metallici destinati a cedere rapidamente il posto a strutture in cemento armato. Si tratta, evidentemente, di un momento di drammatica emergenza (mai un ministro dell’ambiente si era spinto al punto di far approvare una sanatoria degli abusi edilizi anche nelle aree protette) che va ad aggiungersi a processi di degrado ambientale, di anarchia urbanistica e di depauperamento del territorio che in Campania si sono resi sempre più vistosi a partire almeno dal terremoto del 1980 e dal primo condono edilizio.

L’abusivismo edilizio di massa, apertamente tollerato da troppe amministrazioni comunali, ha determinato, infatti, su gran parte della provincia di Napoli, la costituzione di quella che gli urbanisti definiscono “Città Diffusa”, vasta periferia semi-urbanizzata in cui il paesaggio storico appare irreversibilmente sfigurato e frammentato ed ha ormai perso non solo ogni caratteristica di naturalità ma ogni segno della propria identità tradizionale. A tale fenomeno, si accompagnano la massiccia erosione del territorio rurale soprattutto della piana campana fra Napoli e Caserta (che di fatto ha condotto alla inversione del tradizionale rapporto fra città e campagna) e la progressiva alterazione di quel prezioso patrimonio di stratificazioni storiche, atmosfere suggestive, memorie collettive che è rappresentato dai nostri centri antichi. In tal modo, in pochi anni, la Campania ha subito processi di gravissimo depauperamento del territorio che in alcune zone, ed in primo luogo in Irpina, ove si assiste ancora allo sventramento sistematico di interi centri storici, come quello alto-medievale di Fratta a Grottaminarda, ha determinato un’autentica “desertificazione culturale”.

E’ evidente che tali processi sono stati determinati, in primo luogo, dall’assenza di un’efficace pianificazione territoriale e paesistica a livello regionale: per i centri storici appaiono infatti necessarie ed urgenti, in assenza di una legge nazionale, disposizioni di tutela che prevedano, nel loro ambito, esclusivamente interventi di restauro conservativo; per il paesaggio agrario, ampie cinture verdi attorno alle nostre congestionate città secondo le più significative esperienze urbanistiche europee ed americane, dalla “Green Belt” di Londra alle cinture periurbane di Stoccolma, Amsterdam o San Francisco.

La redazione del PTR, atteso ormai da anni, doveva costituire un’occasione storica per promuovere finalmente anche in Campania un più illuminato governo del territorio, dopo decenni di incontrollato consumo delle risorse ambientali e storico-culturali.

Ebbene, chi attendeva tale segnale di speranza non solo è destinato a rimanere deluso dalla lettura della bozza del nuovo PTR ma potrà scorgervi più di un motivo di profonda inquietudine.

Tale piano, che appare ispirato dai principi della “deregulation” e della “devolution” applicati all’urbanistica, privilegia in modo inequivocabile gli interessi economici rispetto a quelli della tutela del territorio, proponendosi come una “cornice condivisa di alcuni mirati progetti di trasformazione territoriale che sia ricerca di generazione di immagini di cambiamento piuttosto che di definizioni regolative del territorio”: si opera qui, sull’esempio del Piano Territoriale della Lombardia, una completa inversione rispetto alla tradizione dell’urbanistica italiana: non più le prescrizioni ed i vincoli per controllare e guidare i processi di trasformazione del territorio ma, al contrario, gli indirizzi strategici, flessibili, aperti, non cogenti che vengono definiti dagli stessi attori economici che agiscono sul territorio e che dunque debbono decidere, in definitiva, in un processo virtuoso di concertazione, quale sia la destinazione d’uso delle aree. In tal modo è probabile che in futuro non sia più necessario approvare nuove sanatorie edilizie.

Accanto al principio della concertazione ed a quello di sussidiarietà, ossia alla volontà di giungere alla “co-pianificazione” con le amministrazioni comunali, e dunque con gli imprenditori comunali, l’altro grande principio che inspira il PTR, è la consapevolezza che si debba attuare il “passaggio da una pianificazione paesistica specialistica ad un concetto di tutela attivato attraverso tutti i programmi ed i piani che incidono sul territorio e che devono comprendere al loro interno obiettivi legati al paesaggio”. Si propone in tal modo di smantellare radicalmente l’insieme di norme che hanno preservato negli ultimi 18 anni, a partire dalla 431/85, le aree paesaggisticamente più preziose della nostra regione, dalle isole del Golfo ai Campi Flegrei, all’Area Vesuviana ed a Posillipo, conferendo nuovamente ogni potere in campo urbanistico a province e comuni che, come avvenuto già nel 1977, vengono ad assumere nuovamente il ruolo tutto italiano di controllori di se stessi. Fra le pochissime asserzioni inequivocabili dell’intero PTR vi è, infatti, la proposta di sottoporre a “profonda revisione”, peraltro senza plausibili motivazioni, gli attuali PPT, che come è noto a tutti, costituiscono l’unico attuale presidio del territorio della nostra regione. Tale proposta, che presenta finalità convergenti con il nuovo Codice dei Beni Culturali, con cui condivide l’identica visione neoliberista ed economicistica, deve essere a nostro avviso respinta con fermezza in quanto cancella con un tratto di penna trent’anni di impegno civile ed ambientalista. E quale sia la filosofia del nuovo PTR in tema di tutela del paesaggio è ben espresso dalla riflessione di uno degli estensori: “obiettivo della valorizzazione del paesaggio non deve essere quello di congelarlo ma di accompagnare il cambiamento”; è superfluo sottolineare quali siano le conseguenze pratiche di tali apparentemente innocue divagazioni: al posto degli obsoleti piani paesistici, ispirati ad una visione rigida e prescrittivo-dogmatica dell’urbanistica, il nuovo PTR prevede un lungo percorso di concertazione con tutti gli attori, istituzionali e non, presenti sul territorio al fine di pervenire alla proposta di una fantomatica rete ecologica regionale che verrà però a delinearsi come risultante dei programmi urbanistici dei comuni. In definitiva, basterà che i comuni, nei loro programmi edificatori, inseriscano qualche vago accenno al paesaggio per poter parlare di rete ecologica! In questa rete, peraltro, par di capire che sia consentito qualsiasi intervento di trasformazione del territorio nella più assoluta discrezionalità di valutazione della loro compatibilità: se tali interventi sono compatibili con le caratteristiche visive ed ecosistemiche dell’area, i comuni e gli imprenditori potranno realizzarlo immediatamente, mentre se non dovessero risultare compatibili potranno realizzarlo lo stesso purché “ si prevedano azioni di riqualificazione e recupero”.

Non abbiamo comunque potuto sottrarci alla tentazione di formulare proposte concrete per la redazione del PTR quali l’istituzione di parchi agricoli, parchi suburbani, parchi archeologici, la tutela dei centri storici, delle masserie, del paesaggio agrario, etc. Ci ha spinti infatti non solo l’impegno civile che da anni ci spinge a salvare quanto rimane del nostro patrimonio paesaggistico, ma anche il convincimento che la contesa fra due schieramenti ormai divenuti indistinguibili nel merito delle proposte, apra la via a scenari inquietanti per la stessa democrazia.

 

 

                                                                                                                                 Massimo Rossano 

 




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